Liturgia domenicale2019-05-20T14:43:45+00:00

Liturgia domenicale

Luca 6,39-45
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

Da L’Evangelo come mi è stato rivelato, 301
301.1 Gesù non torna altro che a Endor. Si ferma alla prima casa del paese, che è più un ovile che una casa. Ma, appunto perché tale, con stalle basse, chiuse, colme di fieni, può ricoverare i tredici pellegrini. Il padrone della stessa, un uomo rude ma buono, si affretta a portare una lucerna e un secchiello di latte spumoso, più delle forme di pane molto scuro. Poi si ritira, benedetto da Gesù che resta solo coi suoi dodici.

Gesù offre e distribuisce il pane e, in mancanza di scodelle o calici, ognuno inzuppa le sue fette di pane nel secchiello e beve, quando ha sete, direttamente allo stesso. Gesù beve soltanto un poco di latte. 301.2 È serio, silenzioso… Tanto che, finito il pasto, saziata la fame che negli apostoli non manca mai, finiscono ad accorgersi del suo mutismo.

Andrea chiede per primo: «Cosa hai, Maestro? Mi sembri triste o stanco…».

«Non nego di esserlo».

«Perché? Per quei farisei? Ma ormai dovresti averci fatto l’abitudine… Quasi quasi ce l’ho fatta io che… via! Tu sai come ero le prime volte con loro. Essi cantano sempre quella canzone!… Le serpi non possono che sibilare, infatti, e mai nessuna di esse riuscirà a rifare il canto dell’usignolo. Si finisce a non farci più caso», dice Pietro, parte con convinzione, parte per rasserenare Gesù.

«Ed è in questo modo che si perde il controllo e si casca nelle loro spire. Vi prego di non abituarvi mai alle voci del Male come fossero voci innocue».

«Oh! bene! Ma se è per questo solo che Tu sei triste, fai male. Tu vedi come ti ama il mondo», dice Matteo.

«Ma è per questo solo che sei triste così? Dimmelo, Maestro buono. O ti hanno riferito menzogne, insinuato calunnie, sospetti, che so? su noi che ti amiamo?», chiede premuroso e carezzevole l’Iscariota, abbracciando con un braccio Gesù che è seduto sul fieno al suo fianco.

301.3 Gesù volta il viso nella direzione di Giuda. I suoi occhi hanno un baleno fosforico alla luce tremula della lucerna posata sul suolo in mezzo al cerchio degli assisi sul fieno, messo come basso sedile in tondo. Gesù guarda ben fisso Giuda di Keriot e nel guardarlo gli chiede: «E tu mi conosci forse tanto stolto da accogliere per vere le insinuazioni di chicchessia, sino a turbarmene? Sono le realtà, Giuda di Simone, quelle che mi turbano», e il suo sguardo non lascia per un momento di conficcarsi, diritto come uno specillo, nella pupilla bruna di Giuda.

«Quali realtà ti turbano, allora?», insiste sicuro l’Iscariota.

«Quelle che vedo nel fondo dei cuori e leggo sulle fronti detronizzate». Gesù marca molto questa parola.

Tutti sono in subbuglio: «Detronizzate? Perché? Che vuoi dire?».

«Un re si detronizza quando è indegno di stare sul trono e gli viene per prima cosa strappata la corona, che è sulla sua fronte come sul luogo più nobile dell’uomo, unico animale che tenga la fronte eretta verso il cielo, essendo animale come materia, ma soprannaturale come essere dotato d’anima. Ma non c’è bisogno di esser re su un trono terreno per essere detronizzati. Ogni uomo è re per l’anima e il suo trono è nel Cielo. Ma quando un uomo prostituisce la sua anima e bruto diviene, e demone diviene, allora si detronizza. Il mondo è pieno di fronti detronizzate, che non stanno più erette verso il Cielo ma curve verso l’Abisso, appesantite dalla parola che Satana ha scolpito su esse. La volete sapere? È quella che Io leggo sulle fronti. Vi è scritto: “Venduto!”. E perché non abbiate dubbi su chi è il compratore, vi dico che è Satana, in se stesso o nei suoi servi che sono nel mondo».

«Ho capito! Quei farisei, per esempio, sono servi di un servo più grande di loro, il quale è servo di Satana», dice convinto Pietro.

Gesù non ribatte nulla.

301.4 «Però… Sai, Maestro, che quei farisei, dopo avere sentito quelle tue parole, se ne sono andati scandalizzati? Urtandomi nell’uscire lo dicevano… Sei stato molto reciso», osserva Bartolomeo.

E Gesù replica: «Ma molto vero. Non è colpa mia, ma loro, se si devono dire certe cose. Ed è ancora carità la mia di dirle. Qualunque pianta non piantata dal mio Padre celeste va sradicata. Ed è pianta non piantata da Lui l’inutile brughiera di erbe parassitarie, opprimenti, spinose, che opprimono il seme della Verità santa. È carità estirpare tradizioni e precetti che soffocano il Decalogo, lo travisano, lo rendono inerte e impossibile ad osservarsi. È carità per le anime oneste farlo. Riguardo ad essi, ai protervi testardi e chiusi ad ogni azione e consiglio dell’Amore, lasciateli fare e siano seguiti da quelli che sono, per animo e tendenze, simili a loro. Sono ciechi che guidano dei ciechi. Se un cieco ne guida un altro, non potranno che cadere tutti e due nella fossa. Lasciateli nutrirsi delle loro contaminazioni alle quali danno nome “purezza”. Esse non li possono oltre contaminare, perché non fanno che adagiarsi sulla matrice dalla quale provengono».

301.5 «Questo che dici ora si riattacca con quanto hai detto in casa di Daniele, non è vero? Che non è ciò che entra nell’uomo ciò che contamina, ma ciò che da lui esce», chiede pensoso Simone lo Zelote.

«Sì», dice brevemente Gesù.

Pietro, dopo un silenzio, perché la serietà di Gesù congela anche i caratteri più esuberanti, chiede: «Maestro, io, e non io solo, non ho capito bene la parabola. Spiegacela un poco. Come è che ciò che entra non contamina e ciò che esce contamina? Io, se prendo un’anfora monda e vi metto acqua sporca, la contamino. Perciò, ciò che entra nell’anfora contamina la stessa. Ma, se da un’anfora colma di acqua pura io verso al suolo dell’acqua, non contamino l’anfora, perché dall’anfora esce acqua pura. E allora?».

301.6 E Gesù: «Noi non siamo anfore, Simone. Non siamo anfore, amici. E non è tutto puro nell’uomo! Ma ora anche voi siete senza intelletto? Riflettete al caso che i farisei portavano a vostra accusa. Voi, dicevano, vi contaminavate perché portavate cibo alla bocca con mani polverose, sudate, impure insomma. Ma quel cibo dove andava? Dalla bocca allo stomaco, da questo al ventre, dal ventre alla cloaca. Ma può dunque portare impurità a tutto il corpo e a ciò che nel corpo è contenuto, se passa solo dal canale a ciò destinato, compiendo il suo uffizio di nutrire la carne, questa sola, e finendo, come è giusto che finisca, in una fogna? Non è questo che contamina l’uomo! Quello che contamina l’uomo è ciò che è suo, unicamente suo, generato e partorito dal suo io. Ossia ciò che egli ha nel cuore e dal cuore sale alle labbra e alla testa e corrompe il pensiero e la parola e contamina tutto l’uomo. È dal cuore che vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze e le bestemmie. È dal cuore che vengono le avarizie, le libidini, le superbie, le invidie, le ire, gli appetiti smodati, gli ozi peccaminosi. È dal cuore che vengono i fomiti a tutte le azioni. E se il cuore è malvagio saranno malvagie come il cuore. Tutte le azioni: dalle idolatrie alle mormorazioni insincere… Tutte queste cose malvagie, che procedono dall’interno all’esterno, contaminano l’uomo, non il mangiare senza lavarsi le mani. La scienza di Dio non è cosa terra a terra, fanghiglia che ogni piede calpesta. Ma è sublime cosa che vive nelle plaghe delle stelle e di là scende con raggi di luce ad informare di sé i giusti. Non vogliate, voi almeno, strapparla dai cieli per avvilirla nel fango… Andate al riposo, ora. Io esco a pregare».



I footnotes