GLI SCRITTI DI MARIA VALOTRTA

Maria Valtorta iniziò a scrivere il primo manoscritto, l’autobiografia, all’inizio del 1943 quando pensava ormai di essere alla fine della sua esistenza terrena.

L’aveva comunque ultimato quando, il 23 aprile 1943, Venerdì Santo, ebbe il primo “dettato” del Signore. Allora chiamò la fedele Marta, le confidò il fatto e la spedì dal Padre Migliorini, che non si fece attendere. Il religioso, suo direttore spirituale da meno di un anno, le disse di continuare a scrivere tutto quanto avrebbe ancora “ricevuto”. Capì che doveva procurarle altri quaderni.

E Maria Valtorta scrisse quasi ogni giorno fino al 1947, ad intermittenze negli anni successivi fino al 1951. I quaderni diventarono 122 (oltre ai 7 dell’Autobiografia) e le pagine manoscritte circa quindicimila.

Scriveva stando seduta nel letto, tenendo sulle ginocchia il quaderno, poggiato ad un cartolare fatto con le sue mani, e usando la penna stilografica. Non preparava schemi, non sapeva neppure cosa avrebbe scritto giorno per giorno, non afferrava a volte il senso profondo di certe pagine mentre le scriveva, non rileggeva per correggere. Non aveva bisogno di concentrarsi né di consultare libri, tranne la Bibbia e il Catechismo di Pio X. Poteva essere interrotta anche per delle banalità e riprendere senza perdere il filo, ma non la fermavano le fasi acute del suo soffrire quotidiano o il bisogno impellente di riposare. Partecipava con tutta sé stessa allo scritto che fluiva spontaneamente dalla sua penna di scrittrice dotata.

Poteva capitare che, finito di scrivere un bell’episodio o una lezione edificante, chiamasse Marta per farglieli ascoltare, sottraendola alle faccende di casa. Avrebbe poi rivisto le copie dattiloscritte del Padre Migliorini, il quale si portava in convento ogni quaderno autografo e lo riconsegnava dopo averlo fedelmente trascritto.

La sua occupazione di scrittrice a tempo pieno non la estraniava dal mondo. Maria Valtorta leggeva il giornale, ascoltava la radio, riceveva qualche visita, scriveva lettere, seguiva gli eventi e li commentava con acume. Perfino si prestava a quei lavoretti domestici che poteva eseguire senza muoversi dal letto, come preparare una verdura o pulire la gabbietta degli uccellini. Brava in tutto, sapeva usare con maestrìa ago, uncinetto e tombolo. Finché potette farlo, badava da sé alla cura della propria persona.

Soprattutto pregava e soffriva, procurando di non mostrarlo. Le sue orazioni e le sue estasi, documentate dagli scritti, non hanno avuto testimoni. Protetta da un aspetto sano, non lasciava trapelare i patimenti abbracciati con gioia spirituale per ansia di redimere. Appariva normale in tutto, anche nel mangiare: lo faceva con grande parsimonia ma con gusto. Qualche volta cantava: aveva una bella voce.

L’esplosione letteraria di Maria Valtorta, successiva all’Autobiografia, può essere paragonata ad una pianta possente e rigogliosa, il cui seme, che ne racchiuse le peculiarità, è l’immagine del racconto autobiografico: seme già fecondato dal sole divino e nutrito dalla pioggia logorante, già marcito nella zolla del­l’u­manità e pronto a rivivere nella pianta.

È un dono l’opera che ne uscirà, ma è anche una conquista, perché Maria Valtorta l’avrà ottenuta attraverso la sua immedesimazione con il Cristo, che le è costata il sacrificio di sé, volontario e totale.

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LE TESTIMONIANZE

“And do you think that could make Me unhappy? Oh! If all the world came to Me to listen to Me, to bewail its sins and sorrow on My heart, to be healed in its bodies and souls and I were worn out speaking, and forgiving and pouring forth My power, I would be so happy, Peter, that I would not even regret Heaven, where I was in the Father!”

Jesus, in response to Peter’s turning people away to give Him a rest
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