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Il doppio prenome Caio Tiberio – Fernando La Greca

Un episodio particolare dell’EMV chiama in causa l’onomastica romana, in un modo per noi inaspettato. Verso la fine dell’Opera, nei giorni immediatamente precedenti la passione, Maria Valtorta riporta la scena in cui, per trarre in inganno Gesù, gli viene chiesto se fosse giusto o meno pagare i tributi all’imperatore. Il brano ricalca da vicino la narrazione dei Vangeli.

Infatti Gesù, dopo aver chiesto una moneta, domanda: “Di chi è quest’immagine e che dice questa scrittura?”. Un fariseo risponde: “Di Cesare è l’immagine, e l’iscrizione porta il suo nome. Il nome di Caio Tiberio Cesare, che è ora imperatore di Roma”. Gesù replica: “E allora rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio date quel che è di Dio” (EMV 594.4).

Queste frasi sembrano far riferimento all’iscrizione sulla moneta, a cui il fariseo associa il nome di “Caio Tiberio Cesare”. Ma, secondo le regole dell’onomastica degli antichi Romani, l’imperatore Tiberio non avrebbe potuto chiamarsi contemporaneamente Caio e Tiberio. Infatti, sia Caio che Tiberio sono “prenomi” romani, ossia nomi personali, che venivano assegnati alla nascita. Di regola ne veniva dato uno soltanto, che nelle iscrizioni veniva abbreviato all’iniziale o ai primi due caratteri.
Il nome dell’imperatore, adottato da Augusto, era “Tiberio Cesare Augusto”, e sulle monete di Tiberio compariva la scritta “TI(berius) CAESAR DIVI AUG(usti) F(ilius) AUGUSTUS”, ossia “Tiberio Cesare Augusto, figlio del divino Augusto”. Pertanto, quando il fariseo interlocutore di Gesù dice: “Il nome di Caio Tiberio Cesare”, non sta leggendo l’iscrizione, ma sta dando una sua interpretazione del nome dell’imperatore, probabilmente secondo l’uso invalso allora in Palestina. In effetti, fra tutte le monete di Tiberio, non ne è giunta nessuna fino a noi con la scritta “C(aius) TI(berius CAESAR” eccetera.
È interessante a riguardo notare che, cercando nell’opera complessiva di Maria Valtorta, si trova un altro “Caio Tiberio Cesare”, nelle Lezioni sull’Epistola di Paolo ai Romani, lezione 26ª. Qui è lo Spirito Santo che parla, e viene il dubbio che possa trattarsi di un errore di trascrizione della stessa Maria Valtorta, che sovrappone a Tiberio Cesare il nome di Caio, forse a causa di una sua errata conoscenza pregressa, conscia o inconscia.
Eppure, sia nel caso del fariseo, sia nel caso delle Lezioni sull’Epistola di Paolo ai Romani, Maria Valtorta trascrive semplicemente quanto ascolta, per cui non possiamo pensare ad un errore. Anche perché c’è un terzo caso, di nuovo nell’EMV che riguarda un fanciullo romano di Cesarea. Gesù gli chiede il suo nome, e il fanciullo risponde: “Sono Lucio, Caio Lucio di Caio Mario, romano sono, figlio del decurione di guardia, qui rimasto dopo la ferita”. E qualche riga più avanti: “E Gesù, tenendo per mano il piccolo Caio Lucio, va a carezzare i piccoli ebrei che si sono spaventati e nascosti dietro un androne, e dice loro: ‘I buoni bambini sono angeli. Gli angeli hanno una sola patria: il Paradiso. Hanno una sola religione: quella dell’unico Dio. Hanno un solo tempio: il Cuore di Dio. Vogliatevi bene, da angeli, sempre’” (EMV 155.3).
Forse Maria Valtorta sbaglia sistematicamente i nomi romani, assegnandoli a casaccio? Certamente no: basta dare una scorsa all’elenco dei nomi dei vari soldati e graduati romani presenti nell’EMV per rendersi conto che sono tutti perfettamente rispondenti alle regole dell’onomastica romana.
Allora, come spiegare questo doppio prenome, del­l’imperatore e del piccolo Caio Lucio? Si spiega con il fatto che a volte anche le regole più ferree hanno le loro eccezioni, e il Cagnat, nel suo famoso manuale di epigrafia latina, afferma che è possibile trovare personaggi con due prenomi, e fa l’esempio di Caius Appius Julius Silanus, che ostenta i prenomi Caio e Appio. Silano fra l’altro non è una persona qualsiasi, ma è il console dell’anno 28 d.C., in una data che precede solo di qualche anno la predicazione di Gesù. In effetti, nel primo periodo imperiale, troviamo mumerosi casi simili con due prenomi, quasi una moda per distinguersi. E non mancano neppure gli imperatori, fra cui lo stesso Tiberio. Nella Storia dei Goti di Giordane (ripresa da Cassiodoro) si accenna a Tiberio chiamandolo “Gaio Tiberio”. Anche alcune iscrizioni in greco dell’Asia minore chiamano l’imperatore col doppio prenome di “Caio Tiberio”. Geta, fratello di Caracalla, è indicato in una iscrizione col doppio prenome “Lucio Publio”. Parimenti gli imperatori Diocleziano e Massimiano usano due prenomi insieme, “Caio Marco”.
Queste particolari denominazioni dipendevano anche da usi locali; in genere, in Oriente, era più diffuso l’utilizzo del doppio prenome. In conclusione, anche questo apparente errore si rivela pienamente plausibile nel contesto del mondo greco-romano della prima età imperiale.

(Fernando La Greca, Gesù e il mondo Greco-Romano, CEV, 2019) – clicca per maggiori informazioni

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2019-07-29T07:42:52+00:00
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