Pitagora e Demostene

La romana Valeria organizza un incontro, nella sinagoga dei liberti romani, fra Gesù ed alcuni gentili venuti da ogni dove. Si fa avanti un commerciante greco di Corinto che, in uno scontro fisico con un rivale, ha perso un occhio, e chiede come comportarsi con costui. Gesù, quasi sorridendo, gli ricorda le parole di Pitagora e di Demostene: anche la Grecia ha i suoi saggi.

E uno, forse guercio perché tiene un occhio coperto da una benda, dice, per trattenerlo ancora: «Signore, io fui colpito da uno, geloso dei miei buoni commerci. Mi salvai la vita a stento. Ma un occhio si perse, crepato dal colpo. Ora il mio rivale è divenuto povero e malvisto, ed è fuggito in un paese presso Corinto. Io son di Corinto. Che dovrei fare per costui che per poco mi uccise? Non fare agli altri ciò che a me non piacerebbe ricevere, sta bene. Ma io da costui ho già ricevuto… e del male; male molto…», ed è espressivo tanto il suo volto che si legge su esso il pensiero non detto: «e perciò dovrei dargli la rivalsa…».

Ma Gesù lo guarda, con una luce di sorriso nell’occhio zaffireo, sì, ma con dignità di Maestro in tutto il volto, e dice: «E tu, della Grecia, me lo chiedi? Non hanno forse detto i vostri grandi che i mortali divengono simili a Dio quando rispondono ai due doni che loro concede Iddio per farli simili a Lui, e che sono: poter essere nella verità e beneficare il prossimo?».

«Ah! sì! Pitagora!».

«E non hanno detto che l’uomo si avvicina a Dio non con la scienza e il potere o altro, ma col fare del bene?».

«Ah! sì! Demostene! Ma, scusa, Maestro, se te lo chiedo… Tu non sei che un ebreo, e gli ebrei non amano i nostri filosofi… Come Tu sai queste cose?».

«Uomo, perché Io ero Sapienza ispiratrice nelle intelligenze che pensarono quelle parole. Io sono là dove il Bene è in atto. Tu, greco, ascolta i consigli dei saggi, nei quali consigli Io ancora parlo. Fa’ il bene a chi ti ha fatto del male, e sarai detto santo da Dio» (EMV 534.9).

Pitagora (VI sec. a.C.) in genere è ricordato nella storia della filosofia per lo studio della matematica e della musica, ma in realtà si è occupato un po’ di tutto, a partire da un concetto fondamentale, condiviso dal cristianesimo: l’uomo ha un’anima immortale, di natura divina, chiusa in un corpo mortale; la vita su questa terra è soprattutto espiazione, e bisogna vivere in funzione dell’anima e non del corpo; tutti i precetti della filosofia mirano al divino, a porsi al seguito della divinità, a fare il bene e a chiederlo al Dio signore di tutte le cose. La differenza è nella credenza di Pitagora nella “metempsicosi”, ovvero nella continua rinascita dell’anima in vari corpi finché non si purifica completamente, credenza che Gesù critica più volte ne L’Evangelo.

In generale i precetti di Pitagora si adeguano alla ricerca di una vita santa, predicando la concordia all’interno delle città e fra gli stati, l’uguaglianza di tutti gli uomini (per cui la distinzione fra Greci e barbari non è dovuta alla nascita, ma all’educazione e alla cultura), l’amore per la famiglia, l’amicizia con tutti ed anche con i nemici, la condivisione dei beni, il rispetto degli animali e della natura, la ricerca della sapienza.

Tuttavia Pitagora non ha lasciato scritti, e tutto ciò si ricostruisce attraverso le opere di seguaci (i cosiddetti “pitagorici”) vissuti anche molti secoli dopo[1]Vedi ad es. le opere di Giamblico, La vita pitagorica, e di Porfirio, Vita di Pitagora.. Teniamo presente inoltre che degli scritti antichi ci è giunto pochissimo, spesso in riassunti e compilazioni, mentre la maggior parte delle opere originali sono andate perdute.

Non mi è stato possibile ritrovare in queste opere esattamente la frase sintetica che Gesù attribuisce a Pitagora (“i mortali divengono simili a Dio quando rispondono ai due doni che loro concede Iddio per farli simili a Lui, e che sono: poter essere nella verità e beneficare il prossimo”), ma in generale essa si adatta bene al contesto della filosofia pitagorica. E comunque in Porfirio troviamo una frase molto simile: “Queste dunque le esortazioni che Pitagora usava rivolgere; ma più di ogni altra cosa egli invitava a dire la verità, perché solo questa poteva rendere gli uomini simili agli dèi[2]Porfirio, Vita di Pitagora, 41; traduz. di M. Giangiulio..

Della scuola pitagorica si era parlato poco prima a Gerico in casa di Zaccheo con i peccatori pentiti. Pitagora ed i suoi seguaci sostenevano che le anime erano soggette alla reincarnazione, per gradi successivi, in corpi di animali e in corpi di uomini, fino a purificarsi definitivamente. Gesù chiarisce invece che per le anime non c’è reincarnazione.

«Alcuni fra voi sono di luoghi dove è nota la teoria della scuola pitagorica. Teoria di errore. Le anime, superata la sosta sulla Terra, non tornano mai più sulla Terra in nessun corpo. Non di animale, non essendo conveniente che cosa tanto soprannaturale, quale è, abiti entro un bruto. Non di uomo, perché come sarebbe dato premio al corpo riunito all’anima nell’estremo Giudizio se quell’anima avesse avuto molti corpi per veste? Si dice, da chi crede nella teoria suddetta, che è l’ultimo corpo che gode perché, per successive purificazioni, in successive vite, l’anima soltanto nell’ultima reincarnazione raggiunge la perfezione degna di premio. Errore e offesa! Errore e offesa verso Dio, ammettendo che Egli non abbia potuto creare che un numero limitato di anime. Errore e offesa verso l’uomo, giudicandolo così corrotto che difficilmente meriti premio. Non sarà subito premio, dovrà subire una purificazione oltre vita il novantanove volte su cento. Ma purificazione è preparazione a gaudio. Perciò chi si purifica è già uno che si è salvato. E salvato che sia, godrà, dopo l’ultimo Giorno, col suo corpo. Non potrà avere altro che un corpo per la sua anima, che una vita qui, e con il corpo che gli fecero i suoi procreatori, e con l’anima che il Creatore gli ha creata per vivificare la carne, godrà il premio» (EMV 524.9).

Di Demostene (IV sec. a.C.) restano numerose orazioni, ma anche qui non mi è stato possibile ritrovare la frase attribuitagli da Gesù (“l’uomo si avvicina a Dio non con la scienza e il potere o altro, ma col fare del bene”). Tuttavia la sua figura era diventata esemplare per virtù ed altruismo, come attesta Plutarco[3]Plutarco, Vita di Demostene, 13., riportando un giudizio di Panezio: la maggior parte delle orazioni di Demostene sono state scritte come se la virtù fosse di per se stessa l’unico bene per gli uomini, e per lui la tranquillità e l’incolumità personale devono essere poste in secondo piano rispetto alla virtù e al dovere. Lo stesso Plutarco loda Demostene per la sua ferma volontà di badare sempre al bene comune, agli interessi pubblici e non ai propri[4]Plutarco, Vita di Demostene, 22.. Ne risulta in qualche modo confermata la frase de L’Evangelo, come pienamente corrispondente al pensiero di Demostene.

Notes   [ + ]

1. Vedi ad es. le opere di Giamblico, La vita pitagorica, e di Porfirio, Vita di Pitagora.
2. Porfirio, Vita di Pitagora, 41; traduz. di M. Giangiulio.
3. Plutarco, Vita di Demostene, 13.
4. Plutarco, Vita di Demostene, 22.