I roseti e le rose di Giovanna

Giovanna, moglie dell’erodiano Cusa, possiede splendidi roseti a Bètér, dove lavorano numerose persone. Se ne parla in EMV 214.4 e 224.5. La vista dei roseti di Giovanna viene definita “una cascata di fiori”, “un anfiteatro, un lago di fiori”, “una cosa di sogno”, “un eden di bellezza e di pace”. Giovanna “ne trae anche essenze dando lavoro a centinaia di servi giardinieri e addetti agli strettoi delle essenze. I romani ne sono avidi. Gionata me lo diceva mostrandomi i conti dell’ultimo raccolto”.

Per quanto oggi questa descrizione possa sembrare sorprendente, allora la produzione di olio di rosa, di profumi e di unguenti era tipica di Gerusalemme, e la corte erodiana incentivava le manifatture di articoli di lusso[1]Vedi J. Jeremias, Gerusalemme al tempo di Gesù, trad. it., Ediz. Dehoniane, Roma, 1989, pag. 26.. Le terre di Giovanna a Bètér costituiscono poi una tipica “villa rustica” romana, estesa su molti ettari di terreno, diversi chilometri quadrati di vallate e colline, e specializzata nella coltivazione di rose, di ogni tipo, e nella preparazione di profumi e cosmetici. In effetti, queste ville erano vere e proprie aziende agricole dotate di grandi estensioni di terreno, con coltivazioni specializzate per il mercato: ad esempio, si produceva solo vino, oppure olio, oppure fiori, oppure ortaggi. Le ville erano dotate di frantoi, mulini, magazzini, opifici, impianti di trasformazione, e furono le protagoniste dello sviluppo economico romano[2]Vedi ad es. A. Marcone, Storia dell’agricoltura romana, Carocci, Roma, 1997..

È vero che si ricavava molto dalla vendita di queste essenze? Verissimo. Secondo l’editto dei prezzi di Diocleziano (circa 3 secoli dopo le vicende narrate ne L’Evangelo), un litro di olio di rose di prima qualità costava 240 denari, quando lo stipendio di un operaio era di 25 denari al giorno. Un altro tipo di olio di rose per uso medicinale, chiamato rosaceum, costava 450 denari al litro[3]Vedi M. Giacchero (a cura di), Edictum Diocletiani et Collegarum de pretiis rerum venalium, Istituto di Storia Antica, Università degli Studi di Genova, Genova, 1974..

Diversamente dalle tipiche ville romane, dove si utilizzava il lavoro degli schiavi (si parla in effetti di “economia schiavistica”), qui, per la grande bontà di Giovanna, lavorano uomini liberi, che in questo lavoro trovano il loro sostentamento. Inoltre, come avveniva di solito nelle ville romane, nei momenti di maggior lavoro, durante la raccolta del prodotto, si assumevano temporaneamente nuovi operai, ed è quello che fa Giovanna: “Oh! è buona la nostra padrona. Lo è sempre stata. Ma da quando poi è tua discepola! … Ora la chiamo … Sono tempi di molto lavoro questi, e i coglitori abituali non bastano, benché siano da Pasqua aumentati coi nuovi servi e serve che ella ha preso” (EMV 400.1).

In EMV 224.5 si descrivono i roseti, all’ombra di alti alberi: “Da ogni parte l’occhio si posi, vede sotto altissimi alberi, dalle funzioni di riparo ai venti, ai raggi troppo cocenti e alle grandinate, roseti e roseti. Il sole circola e l’aria anche, sotto a questo tetto leggero che fa velo ma non opprime, tenuto nelle dovute regole dai giardinieri, e sotto vivono felici i più bei roseti del mondo”.

È vero che i roseti venivano coltivati sotto alti alberi? I testi classici ce ne danno conferma. Plinio il Vecchio parlando del platano ci dice che veniva utilizzato per la sua ombra[4]Plinio il Vecchio, Storia Naturale, XII, 3-6.; Plinio il Giovane descrive una sua villa in Toscana, dove sotto alti alberi germogliano le rose[5]Plinio il Giovane, Lettere ai familiari, V, 6.; diversi poeti e romanzieri antichi associano le rose ai boschetti, agli alberi, e all’ombra. Per tutti citiamo Marziale, che ci descrive la villa donatagli da Marcella: “Questo bosco, queste fonti, quest’ombra intrecciata di tralci volti all’insù, questa massa di acqua irrigua che si può deviare, i prati e i roseti non inferiori a quelli di Pesto che fioriscono due volte l’anno, quest’orto che verdeggia in gennaio, né patisce il gelo…[6]Marziale, Epigrammi, XII, 31..

Notes   [ + ]

1. Vedi J. Jeremias, Gerusalemme al tempo di Gesù, trad. it., Ediz. Dehoniane, Roma, 1989, pag. 26.
2. Vedi ad es. A. Marcone, Storia dell’agricoltura romana, Carocci, Roma, 1997.
3. Vedi M. Giacchero (a cura di), Edictum Diocletiani et Collegarum de pretiis rerum venalium, Istituto di Storia Antica, Università degli Studi di Genova, Genova, 1974.
4. Plinio il Vecchio, Storia Naturale, XII, 3-6.
5. Plinio il Giovane, Lettere ai familiari, V, 6.
6. Marziale, Epigrammi, XII, 31.